Gli spari sopra

Gli spari sopra

È bene andare oltre la cronaca nera, spesso troppo “fredda” e distante dalle considerazioni che in certi casi è bene produrre con qualche ora di ritardo rispetto agli accadimenti. Chi legge queste colonne digitali, sa che non possediamo velleità cronachistiche: i fatti vanno analizzati con la calma richiesta dagli stessi e con, spesso, capacità d’astrazione dell’avvenimento. In questo caso, tuttavia, c’è poco da oggettivare: gli spari ci sono stati, di nuovo, in pieno giorno a Tor bella monaca. Via dell’archeologia, di nuovo, di fronte ad un bar. Ci si è subito accapigliati con la cronaca spicciola: spari a tor bella monaca, si spara ancora, stavolta non a via Aspertini ma a via dell’archeologia. La situazione è indubbiamente pesante e che si spari “a mezzogiorno”, per così dire, alla luce del sole per regolare conti tra gruppi malavitosi è un fatto grave.
Gravissimo ma a cui le istituzioni politiche cittadine e municipali non sembrano dar troppo peso. Anzi, ne ignorano completamente il peso specifico e la loro portata. Molte associazioni, realtà culturali, politiche e associative territoriali, così come a cascata quelle rappresentate al consiglio municipale e in Assemblea capitolina, preferiscono vedere il bello nei quartieri dove di positivo c’è davvero poco, cercare la pepita d’oro in un fiume colmo di fango, il raro quadrifoglio in un mare di zizzania. Questo ragionamento circa la “bellezza” dei luoghi di frontiera può durare un anno, tempo di una fascinazione giovanil-adolescenziale, non costituire il portato di una politica della periferia. Per anni, specialmente nell’ultimo decennio, la politica che non assume più neanche mezza responsabilità, ha demandato un lavoro sociale e culturale a chi cerca “il bello” a Torre Maura, Tor bella monaca, Torre Angela, Borghesiana e via dicendo. Ma niente è bello quando lo Stato langue e, se esiste – come esiste realmente – una massiccia presenza di criminalità organizzata nel territorio e le sue ramificazioni locali tentano di costruire uno stato nello stato, come più volte asserito negli anni dalla stampa antimafia che si occupava del tema. Il “welfare criminale” che, in un certo qual modo,  tenta di sostituire quello degli enti locali. Quante risorse pubbliche e opportunità di riscatto sociale non arrivano più da anni in periferia? Un altro lato del prisma da illuminare. Si fa presto a dire “ordine pubblico”. Come non vedere che là dove ci sono stati tagli allo stato sociale e conseguente assenza delle istituzioni pubbliche, “soggetti altri” si intrufolano e occupano spazi e funzioni necessarie? Questo è il dato da centrare, da mettere a fuoco.
Arrivano anche da quei settori associativi di pulcritudine periferica, e che precedentemente citavamo, proposte circa “il lavoro” e “i finanziamenti”. Ma anche gli orologi rotti, almeno due volte al giorno, segnano l’ora esatta.

Due anni fa
A seguito dei fatti di razzismo e – stavolta sì – di “ordine pubblico” di Torre Maura, questo giornale (che prima era un blog chiamato “La rinascita di torre maura”) insieme all’Anpi del VI Municipio lanciò un appello per una manifestazione per il lavoro in periferia. La proposta era di rara semplicità: dopo la grande manifestazione antirazzista-antifascista a Torre Maura c’era bisogno di dare uno scossone all’opinione pubblica cittadina, a chi abita la periferia, a chi ne sente parlare solo per frasi fatte e apodittiche. Come quelle della direttrice dell’«Huffington Post» dopo la sua visita a Torre Maura. Nessuno rispose alla chiamata e alla mobilitazione promossa dalla Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. L’appello era stato rivolto a tutti: al sindacato, ai consiglieri municipali (di maggioranza e d’opposizione), alle organizzazioni politiche che in questi giorni utilizzano l’antifascismo come vetrina per riportare in auge il proprio nome, altrimenti ignoto ai più nonostante forza di governo. Il silenzio assordante di tutti: istituzioni, forze sociali e politiche, fu eloquente. Voleva dire: o lo organizza qualcuno con un nome, oppure con voi non vogliamo avere niente a che fare. Che è un po’ quel che succede con il giornale: in moltissimi lo leggono (i dati e le visualizzazioni parlano) ma molti non vogliono compromettersi con “quelli là”. Come se essere di sinistra – o anche peggio – comunista fosse l’equivalente di una malattia infettiva grave. Oggi quella proposta rimbomba come una occasione mancata: vive soffocata dalla cronaca nera, dagli spari e dalle ennesime aggressioni avvenute in questi giorni a Tor Bella Monaca. Ricomincia il circo equestre, come venne definito da Andrea Camilleri nei romanzi della serie del commissario Montalbano, dei commenti dei mass media, i quali sprecano parole e slogan triti e ritriti sulla periferia Romana, sulla sua intrinseca violenza. Ma che, in fondo, non sanno neanche arrivarci al Grande raccordo anulare e uscire alla 17 o alla 18. Anche in questo caso, la stampa, anziché capire, giudica e colpisce con sentenze e luoghi comuni per convincere l’opinione pubblica che il destino della periferia è già segnato. E per questa ragione, alla fine, la Roma oltre il GRA non merita nulla; se non compassione, una lacrimuccia accompagnata da una sordida carezza. E pacchi alimentari. Quelli non devono mai mancare: producono “mi piace”, visualizzazioni e glorificano le anime belle della politica romana e locale. Non si dice che la questione è a monte: che non c’è più lavoro, che in pochi si sono presi tutto e molti non hanno più nulla. Il pacco fa visualizzazioni e proietta il “galoppino” di turno in perenne campagna elettorale. A Via Cambellotti, ovviamente, tutto tace. E non poteva essere altrimenti: il presidente Roberto Romanella ci ha abituato, ormai, al silenzio.

I detentori dell’informazione che conta, quella dei numeri grossi, della carta stampata e non, ci spalmano addosso da anni anatemi e sentenze: si guardano bene dal pubblicare i dati sulle domande accolte per aiuto e sostegno a chi perdeva in lavoro in questo periodo di emergenza sanitaria. Nel nostro territorio, su 80mila persone in età lavorativa, 30mila hanno visto accolte domande di aiuto, di cui 10mila domande approvate per la cassa integrazione, 7mila per il reddito di cittadinanza, 6mila per reddito di emergenza e 9mila domande di aiuto per l’affitto. Su questo dramma sociale la stampa è silente e muta. Questo crollo di lavoro e reddito ha avuto eco nei mass media? No. Ma, ovviamente, c’è da stupirsi per la criminalità organizzata che – ormai – non è proprio più “locale” ma ha carattere cittadino.

È bene chiarire che non abbiamo l’ambizione di redimere lo spacciatore in sé, vogliamo sollecitare “un clima nei quartieri” che ridia centralità ai diritti e alla qualità della vita. Questa è – secondo noi – la strada maestra per non cedere alla violenza e alla criminalità organizzata pezzi enormi di città.

Due anni fa, per l’appunto, scrivevamo: «Da tempo troppe persone lavorano per pochi spiccioli, troppe persone sono escluse dal mondo del lavoro, troppi quartieri sono dimenticati dai Governi, e in questo contesto la città smarrisce se stessa […] Il lavoro è il primo seme che rivitalizza la città e le sue periferie, se non si inverte la rotta arriviamo alla paralisi urbana: chiediamo un fondo unico per il lavoro per la periferia, per non perdere energie, entusiasmo e voglia di vivere. Il lavoro come una nuova forma di pubblica felicità».
Riteniamo ancora estremamente valide quelle parole. Cadute nel vuoto perché non possediamo “amici che contano” o consiglieri comunali che stiano dalla parte della periferia. Perché una cosa va detta: chi blatera di periferia adesso, lo fa per puro edonismo e tornaconto personale. Non dimentichiamoci che a ottobre si dovrebbe votare, Covid permettendo.

La redazione
Marco Piccinelli, Eros Mattioli, Roberto Catracchia

 

La foto a corredo dell’articolo è stata scattata (anni fa) dell’ex collega Silvio Galeano per cui uno spazio su “Rinascita” ci sarà sempre, qualora volesse tornare a scrivere di questi luoghi. (direttore)

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