Le nostre classi dirigenti oscurano da anni il valore del lavoro salariato

Le nostre classi dirigenti oscurano da anni il valore del lavoro salariato

In un recente articolo, intitolato “Il crollo del lavoro in periferia: la rinascita ostacolata“, abbiamo posto il tema dell’occupazione a rischio (nel nostro municipio) per effetto della crisi in corso.
Il punto, tuttavia, è la svalorizzazione del lavoro, nonché la denigrazione sistematica della condizione di lavoratrici e lavoratori, avvenuta negli ultimi decenni.

La prima forma di rinascita ostacolata che dobbiamo superare è sui valori e i dis-valori imperanti:
La cultura dominante ha imposto un pensiero unico sotto gli occhi di tutti: chi si alza la mattina e suda per sé e la propria famiglia è un perdente. Quante volte abbiamo sentito queste affermazioni e ricevuto messaggi sublimali a favore di questa tendenza?

Facciamo un gioco: citeremo un virgolettato ma non scriviamo chi lo ha detto né riportiamo la fonte, invitando i lettori a seguire con attenzione il ragionamento posto in essere, per capire quanto in fondo si sia scavato nella società, al fine di renderla indifferente nei confronti dei valori fondanti di ogni comunità umana. Nel discorso citato, viceversa, viene smontato pezzo per pezzo la cultura del disprezzo del lavoro salariato.

La pubblica felicità

«”Per la persona, per il lavoro”. Persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme. Perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona (la robottizzazione), il lavoro finisce per diventare qualcosa di disumano che, dimenticando le persone, dimentica e smarrisce sé stesso. Ma se pensiamo la persona senza lavoro diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice; perché l’individuo si fa persona quando si apre agli altri, alla vita sociale, quando fiorisce nel lavoro. Il lavoro è la forma più comune di cooperazione che l’umanità abbia generato nella sua storia.

[…] È una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti. Quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità.

[…] Il capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del lavoro, perché ha dimenticato la natura sociale dell’economia, ma forse la nostra società non capisce il lavoro anche perché non lo vede abbastanza lottare nei luoghi dei “diritti del non ancora”: nelle periferie esistenziali, tra gli scartati del lavoro. Pensiamo al 40% dei giovani da 25 anni in giù, che non hanno lavoro. Qui. In Italia. E voi dovete lottare lì! Sono periferie esistenziali. […] Abitare le periferie può diventare una strategia di azione, una priorità politica di oggi e di domani.»

Una considerazione finale
Noi, laicamente, mettiamo un pizzico di pepe al ragionamento fin ora svolto citando Karl Marx: «Al capitalista non interessa il lavoro in sé, gli interessa solo il suo disumano sfruttamento». Un’affermazione che diviene la legge fondamentale del capitale, riconfermata puntualmente nella attuale emergenza sanitaria mondiale: la guerra dei vaccini, giorno dopo giorno fa emergere la vera natura del mercato e della globalizzazione. Ovvero: un sistema sordo ai bisogni umani universali, drogato solo di utili e profitti. Un modello di società disumano sulla salute pubblica, figuriamoci sui diritti e le tutele del lavoro.

Roberto Catracchia

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