I funerali di Berlinguer, il ricordo di Roberto Catracchia

I funerali di Berlinguer, il ricordo di Roberto Catracchia

Foto © RedGiorgetti

Sono passati 36 anni dalla sua morte. Era l’11 giugno 1984, e solo adesso sono pronto a scrivere qualcosa per ricordare Enrico.
Nella testa dopo tanto, tanto tempo ho come un’immagine in movimento. Rivedo il giorno del suo funerale e sento un suono, che vi invito a seguire, come foste incantati da un ballerino che danza sul ritmo incalzante del Bolero. Poi, il danzatore, con la sua compagna di ballo, esegue un passo di flamenco. Infine, agita il corpo al ritmo del son.
Ritorno con la mente al giorno del suo funerale, nel corteo da Botteghe Oscure a San Giovanni, un fiume di popolo occupò piazze e viali della capitale. Roma strabordava di essere umani mentre gli angoli del percorso funebre erano zeppi di volti e pugni chiusi.
Era folla, era piazza, fu un tango della mente dedicato a lui.


Ebbi, la sensazione di qualcosa che era finito insieme a lui. Non riuscivo a stare fermo all’interno del corteo, mi muovevo in continuazione per catturare (fino all’ultimo momento di quel giorno di giugno), un respiro e un saluto collettivo.
Oggi, mi pervade una sensazione di gratitudine e di felicità. Meno male che abbiamo avuto lui come leader! Meno male che ci rimangono cose vive e attuali del suo pensiero. Non fu un santo! E, laicamente, qualche volta mi aveva anche fatto incazzare. Non parlo di lui, come del re invincibile di Avalon. Di lui e di quel partito ci sono cose finite con il tempo che scorre. Il metodo di analisi della società e il suo comportamento sono tuttavia impressionantemente attuali.
Per chi vuole trasformare la società, per chi vuole una rivoluzione degli oppressi, le riforme non sono mai agitate in contrasto alle rivoluzioni. Lui non annunciava un/il cambiamento, si era posto il tema di come realizzarlo. È stato sconfitto dall’ictus e forse dai suoi errori? È vero! Ma ricordo a tutti: in occidente, né prima ne dopo di lui, nessuno era arrivato così vicino a realizzare una avanzata popolare di quelle dimensioni. Altri politicanti ci hanno portato al governo per fare i compiti della Troika: Commissione Europea, B.C.E., Fondo monetario internazionale. Che pena! Ad altri lascio fare ironia, sarcasmo contro Enrico.

Ognuno è libero di vivere con i suoi sogni e con i suoi incubi.
Quello che invece non accetto, e non accetterò mai è staccare Berlinguer dal contesto storico da lui vissuto e dal suo specifico operato politico. Combatterò sempre quel metodo liberal intriso di propaganda sublimale, un po’ vigliacco, molto opportunista, di distorcere a proprio vantaggio la memoria politica: è un modo insopportabile di scatarrare sulla storia altrui.
Tutti, vivi e morti, vanno sempre riconosciuti, per quello che essi sono stati e per come hanno vissuto e non per quello che ci è utile al giro di ballo della propaganda politica di turno, così come si è fatto a seguito del film su Bettino Craxi.

Viceversa, per i padroni del nostro tempo storico, Enrico va ricordato solo quando torna utile alla polemica politica in atto, in quel preciso momento. Lo si tira fuori dal frigorifero della memoria solo quando fa comodo per poi rimetterlo nel freezer dell’oblio.
Chi era? Cosa ci ha veramente lasciato? Che cosa rimane attuale di lui, attraverso lo studio del suo pensiero e del suo esempio? Banalmente, per le classi dominanti: non deve fregare un fico secco a nessuno!
Io riprendo una sua frase che per qualcuno è diventata vintage:
“Io non ho scelto la politica. Io ho scelto la lotta, per la trasformazione Socialista della società”
Inoltre, come tanti dirigenti del movimento comunista, è stato figlio di una sconfitta. Gramsci, ad esempio, morì in carcere. Che Guevara a causa di un’imboscata. Matteotti e Allende non hanno vinto premi Nobel per le loro lotte politiche. Parliamo di uomini, poeti, attori, cantanti, scienziati che hanno dato tutta la loro vita per l’emancipazione dell’umanità. Per questa ragione attaccati, vilipesi, perseguitati in modo inesorabile. Imparavano, insieme a milioni di operai e contadini analfabeti, di non togliersi il cappello dalla testa quando passava nei campi o in fabbrica il padrone. Loro sono la nostra storia! Dalle loro vittorie e dalle loro battaglie perdute ci siamo rialzati  e ci rialzeremo. Questo è il nostro retroterra militante, queste le basi politiche per affrontare l’era digitale, e post cornavirus.

Quella generazione politica sapeva quello che i radical chic 2.0, hanno dimenticato da tempo. Si deve lottare anche se non vedremo realizzati i nostri ideali durante la nostra vita. Il capitalismo ha oltre 500 anni di storia e il suo controllo sulla società, il suo esercizio del potere, le sue strategie non spariscono per magia. La marcia per una società di liberi e eguali è lunga, ma vale sempre la pena andare avanti in quanto nulla nasce e nulla muore d’incanto. Trentasei anni dopo, vibrazioni musicali sommesse e mai spente, ritornano nelle teste di milioni di uomini e donne. I cacofonici suoni del liberismo, ante e post coronavirus, apparentemente cavalcano il mondo. Ma sanno bene, che nulla sarà come prima. Mentre noi ritorneremo a danzare con Enrico, per cantare nuove canzoni e costruire nuove storie.

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