Il deserto chiamato pace sociale – o di come la vedo io | di Marta Fana

Il deserto chiamato pace sociale – o di come la vedo io | di Marta Fana

Secondo me non abbiamo scelta, costi quel che costi.

L’accordo sullo sblocco dei licenziamenti è inequivocabilmente una vittoria schiacciante di Confindustria e del suo referente politico: il Governo Draghi (quindi anche di quella maggioranza che lo sostiene). A meno di non volere umiliare noi stessi, di mentirci davanti allo specchio, dobbiamo avere il coraggio di dire che per i lavoratori tutti è una sconfitta. Perché sbloccare i licenziamenti (a parte il tessile, ma è davvero un dettaglio) e concedere come contropartita un po’ di Cassa integrazione speciale tutta pagata dallo stato per poi lasciare mano libera di nuovo ai licenziamenti, significa accettare che le imprese facciano quel che vogliono e magari intanto si intascano pure quei soldi che potevano servire per aumentare i sussidi a chi sta già nella miseria (oltre 4 milioni di famiglie sono sotto la soglia di povertà assoluta).
Questo nel mondo reale si chiama scacco matto. Le imprese non si faranno convincere a non licenziare dietro consigli o promesse di “impegno” così come non si sono mai fatte convincere a non licenziare quando è passata la linea “servono sacrifici da parte dei lavoratori” nel 1978. Ricordatevi che subito dopo quell’accordo in cui i lavoratori attraverso il sindacato concedevano i sacrifici abbiamo vissuto piani di licenziamento violentissimi, abbiamo subito la marcia dei 40mila.
Non ti puoi accordare con l’aguzzino se non hai le carte per fermarlo. Stop.
Ma andando oltre la questione licenziamenti che riguarda solo un pezzo del mondo del lavoro, il tema imprescindibile che qualifica l’azione politica è che la partita è stata giocata esclusivamente sul blocco dei licenziamenti con una tattica perdente: pensare che mollare su tutto il resto avrebbe indotto Confindustria e governo a concedere almeno la proroga del blocco dei licenziamenti!
Nel frattempo, la maggioranza là fuori, non interessata dal blocco dei licenziamenti veniva lasciata a casa, veniva umiliata, veniva privata della totale sicurezza economica, moriva in quello che chiamano un incidente, oppure picchiata e ammazzata mentre rivendicava condizioni migliori perché “così non si può più lavorare”.
Possiamo davvero di fronte a un attacco così spietato non fare un passo in avanti e prenderci cura di una base sociale martoriata? A scanso di equivoci, per fare tutto questo ci vuole molto più sindacato di adesso e ci vuole molta più politica radicale: autonoma e indipendente da quel che esiste adesso, che è debole e spesso e volentieri deleterio. Non capirlo significa regalare alla destra ancora una volta tutta la retorica contro i sindacati, tutta la banalità del male di cui si nutrono creando di volta in volta il nemico perfetto: una volta i vecchi, una volta gli immigrati, una volta il mostro alle porte mentre loro esplicitamente di fatto sostengono la stessa linea approvata dal governo.

Ma il tema rimane: cos’è “tutto il resto”?
Tutto il resto è dichiarare guerra al lavoro povero e tutti quelli che se ne approfittano. Significa aprire un momento di enorme mobilitazione nel paese sulla questione salariale e sulla necessità di introdurre un salario minimo legale da accompagnare alla contrattazione collettiva. Un minimo sotto il quale nessun lavoratore indipendentemente dalla qualifica, dalla nazionalità, dal genere, dall’età può esser pagato. Un minimo che si imponga come sabbia negli ingranaggi delle filiere di appalto, un minimo che renda illegale ogni forma di lavoro gratuito, un minimo che dica che nessun deve essere povero! Negli ultimi due anni, sono proprio le famiglie di alvoratori quelle che più hanno sperimentato un forte impoverimenti: tra 2019 e 2020, la percentuale di famiglie di operai e assimilati (la maggioranza del paese) che vivono in povertà assoluta è passata dal 9 al 13%. Abbiamo contratti come il multiservizi e sicurezza privata che pagano tra i 4 e i 7 euro lordi l’ora. Sono contratti non pirata, contratti concessi proprio per mandare avanti le filiere di appalto.
E poi, e poi serve dichiarare guerra alle esternalizzazioni nel settore pubblico: centralinisti, infermieri, donne delle pulizie, autisti, giardinieri NON possono essere considerati lavoratori accessori e lasciati in balia del ricatto, dei salari da fame. Non ce lo possiamo permettere perché semplicemente senza di loro nulla può funzionare. E accanto a loro abbiamo bisogno di un grande piano del lavoro di assunzioni nel settore pubblico: ne servono circa 2milioni per avere la stessa media di dipendenti pubblici dei paesi europei come Francia, Germania, Danimarca ecc. Garantire lavoro di qualità, lavoro indispensabile se vogliamo davvero sviluppare un apparato amministrativo degno quello che poi deve lavorare alla digitalizzazione, agli asili, alle scuole, agli ospedali, le strade, alla programmazione economica in senso industriale e sociale.
Cosa abbiamo da dire ai milioni di lavoratori e lavoratrici che come molti di noi sono costretti ad emigrare, per poi trovarsi comunque con un lavoro di merda. Ma davvero il diritto a prendersi cura di un territorio deve essere per chi se lo può permettere, davvero pensiamo che la democrazia sia risolvibile nel ”se non ti piace te ne vai, vota coi piedi, ma senza scarpe, il mondo è piano di opportunità di sfruttamento, basta coglierle!”.
Ma non basta: abbiamo urgente bisogno di una riforma degli ammortizzatori sociali, abbiamo bisogno di un piano per la casa. Quel di cui non abbiamo bisogno è non essere più in grado di lottare per noi e per uil nostro futuro. Cosa diciamo ai 390.000 stagisti del 2019 che con un po’ di formazione guadagneranno di più? Lo sapete quanto guadagna un cameriere a cui lo stato paga il corso di inglese? 400 euro con tirocinio come quello che non sa una parola di inglese. Se sei fortunato ti pagano il vitto durante la stagione estiva. Di cosa diamine stiamo parlando?
Le condizioni non sono favorevoli, ma noi dobbiamo almeno avere in mente il dove vogliamo andare. Una direzione che non si evoca, ma si pratica. Non abbiamo un partito di massa, bene! Non c’era manco cento venti anni fa un partito, così come i sindacati erano agli albori. Le istituzioni si creano, si modificano così come la politicizzazione della società, la sua solidarietà interna e la sua disponibilità a lottare per un futuro diverso.
Perché anche qui, mi si dice che nessuno si mobiliterebbe a favore di un salario minimo alto o per ottenere la reinternalizzazione dei servizi pubblici. Ma per dirlo con tanta sicurezza, ci abbiamo mai provato a mobilitare – oltre tutte le microdivisioni, che voglio ricordare non si mangiano a cena- per più di mezza giornata attorno a due rivendicazioni? Non è ammissibile dire che i lavoratori vogliono solo un po’ di briciole in più per loro ma fanculo tutto il resto! Significa che non siamo stati capaci e credibili a spiegare che quelle briciole oggi sono un cazzotto domani a noi e chi ci sta intorno. Perché i lavoratori non sono atomi: sono persone che vivono in famiglie, in comunità di relazioni, vivono nei quartieri nelle strade.
La realtà là fuori è molto più realista di noi. Le grandi fasi politiche e/o le grandi mobilitazioni stanno avvenendo in tutto il mondo, e non è che fossero tutti pronti, tutti sindacalizzati, tutti comunisti rivoluzionari.. erano e sono uomini e donne stanchi di essere umiliati. Sapevano e sanno che lottando si vince, non oggi, non domattina, ma domani sera sicuro. E allora noi non dobbiamo partecipare a un siparietto, dobbiamo vincere da protagonisti.
Secondo me non abbiamo scelta, costi quel che costi.

Marta Fana

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