Siamo ancora le stesse persone di un anno fa?

Siamo ancora le stesse persone di un anno fa?

Le ultime notizie sulla interruzione del farmaco Inglese ci fanno intravedere un presente inquietante: siamo entrati nella fase della guerra di tutti contro tutti, soprattutto tra interessi delle multinazionali e diritti planetari dei cittadini. Eppure, nel buio del momento attuale dobbiamo mantenere nervi saldi e cercare di reagire al caos del momento. Consapevoli che la maggior parte delle persone non ha ancora compreso la gravità della crisi, così come la sua profondità e durata, in quanto la coscienza collettiva – di solito – è molto arretrata rispetto agli eventi in corso.

Quanti cittadini sono ha conoscenza delle previsioni di alcuni analisti economici che prevedono una nuova bolla finanziaria come quella del 2008? Crisi sanitaria, blocco del mercato globale e nuova crisi dei titoli economici tossici, sono un cocktail esplosivo per l’umanità tutta. In realtà, l’insieme di questi fattori negativi si può trasformare nel proprio opposto.

Abbiamo due realtà in campo
La prima ci dice che, contrariamente a quel che credono gli idealisti, l’umanità in generale è fortemente conservatrice. Alla maggior parte delle persone non piace il cambiamento, soprattutto se improvviso e violento. L’umanità si aggrappa a ciò che conosce e a cui è abituata: idee, religione, istituzioni, morale, leader e partiti (spesso, decotti). Routine, abitudini e tradizioni premono come una cappa di piombo sulle spalle dell’umanità frenandone lo sviluppo della coscienza di classe.

In questi casi, si cerca rifugio nelle teorie più bislacche per non comprendere e reagire alla dura realtà. Non affrontare le cose come stanno, in fondo, è quello che facciamo (come esseri umani) quando sappiamo di dover far fronte ad un qualcoa che non ci piace, che ci farebbe mettere in discussione noi stessi, gli altri e il mondo in cui siamo immersi. Di fronte a questo stato d’animo passivo e fatalista, o falsamente ribellista, serve uno scatto di reni, supportato da una nuova battaglia delle idee al fine di superare una fase regressiva e disumana come quella che stiamo vivendo, ricercando alcuni punti fermi da cui ripartire.

La seconda realtà, minoritaria nella percezione pubblica, censurata, ostacolata, ci sollecita a porre le domande giuste, come ad esempio quella dell’articolo:

Com’era la nostra vita prima del virus e com’è adesso? Siamo ancora le stesse persone di qualche tempo fa? Siamo sicuri che prima andava tutto bene e adesso no? Ne siamo certi?

Se milioni di persone in tutto il pianeta rischiano di rimanere senza lavoro e vaccini anti-covid, diviene lampante che perdere il lavoro e non essere curati è come perdere fiducia in se stessi e nella società. Le persone sentono sulla loro pelle il pericolo e rischio di non avere cure-lavoro-futuro.

>>Leggi anche: Sul vaccino anticovid: fare come Mandela<<

Per usare il linguaggio di Antonio Gramsci potremmo dire che percorriamo una fase inedita e drammatica per l’umanità. L’effetto della pandemia produrrà, oltre ad eventi sanitari eccezionali, sentimenti diffusi di isolamento, paura, e processi di distruzione del carattere delle persone a lungo termine, attraverso una trasformazione molecolare dell’individuo e del comune sentire determinando uno sdoppiamento della personalità come fenomeno che si moltiplica nell’era pandemica.

Un insieme di fenomeni ed eventi che si abbattono in modo violento sulle comunità, la società: stiamo parlando di uomini e donne in carne ed ossa. Intervenire e ragionare su come prosciugare questi eventi morbosi e violenti non è compito della politica e dello stato? Senza dubbio sì, tuttavia non sembrano essere questi i temi all’agenda dei capi di Stato di gran parte dell’eurozona e non.

Contemporaneamente, servono interventi pratici e concreti, ma anche dare un orizzonte da percorrere alla società, rimettendo sul giusto binario, ponendo le domande corrette e intercettando correttamente le inquietudini popolari.

Il valore in borsa dei farmaciLo slogan
Il “nostro” slogan dovrebbe essere quello di non sprecare la crisi, come fu per i contadini del ‘600, dopo la peste di Napoli. Allora morì metà della popolazione: i contadini sopravvissuti (pochi e mal pagati) riuscirono con le rivolte a ottenere migliori condizioni economiche per se stessi e le loro famiglie da parte dei grandi proprietari terrieri dell’epoca. Il GPS della storia ci può orientare sapendo che la risposta non è dietro l’angolo, ma scegliere la lotta e il cannibalismo tra categorie sociali armate una contro l’altra porterebbe solo fame, miseria e guerra. Un dato storico avvenuto decine di volte in passato: sfido chiunque a mostrare il contrario. Nel 1973, sempre a Napoli, scoppiò il colera: non si trattò di una pandemia ma circoscritta al capoluogo campano. In una settimana furono vaccinati circa 1 milione di cittadini. C’era lo Stato, non c’erano i brevetti delle multinazionali che ti impedivano di usare i farmaci nei tempi e nei modi necessari ad affrontare una emergenza.

Nel 2021, all’ultima riunione internazionale per la liberalizazzione dei vaccini e l’autoproduzione nazionale, abbiamo visto il veto e il voto contrario di USA-UE (così come di altri stati) per l’abolizione dei brevetti stessi. Di questo non parla nessuno, d’altra parte fa più notizia intervistare Letta per essere “sceso in campo”. Nel frattempo scoppia il caso Astrazeneca. La rivolta di cui parliamo non parla di negazionismo o di complottismo, parla di una autocoscienza delle menti e della ragione. L’attuale esecutivo Draghi, così come il governo europeo, non solo è il perpetuo garante dell’immobilismo sociale, ma è esso stesso nemico delle persone che dicono di voler rappresentare. Non solo non c’è il minimo cambiamento in senso progressivo, c’è semmai un evidente peggioramento della condizione oggettiva del governo italiano: Lega (Salvini), Partito democratico, Forza Italia, Italia Viva e affini non solo rappresentano il delirio di onnipotenza del grande capitale ma, nei fatti, sono solo “chiacchiere e distintivo”, per citare Al Capone nel film “Gli intoccabili”.

Roberto Catracchia

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