Museo delle periferie, l’intervista al direttore Giorgio de Finis

Museo delle periferie, l’intervista al direttore Giorgio de Finis

Roba da matti! Esclamerà qualcuno. Finalmente! Risponderà qualcun altro.
Secondo me tutte le risposte sono giuste e tutte sono sbagliate. Dipende da cosa è un museo, cosa si fa in un museo, come si vive un museo.
Ma cosa ne pensa il direttore di questo museo?
Giorgio de Finis. Antropologo, artista, e inventore di dispositivi museali, dal MAAM al Macro Asilo e oggi del Museo delle Periferie.
Gli scrivo per proporgli un’intervista. Accetta. Mi preparo, prendo appunti, scrivo e cancello. Cancello ancora. Tante domande. Troppe domande. Taglio, riduco, stringo. E finalmente iniziamo!

Cosa è il Museo delle Periferie. Da quando ho letto questo nome ne sono rimasta affascinata. Museo e Periferie. Il connubio è di per sé stimolante. Ma cosa è in pratica un museo delle periferie? Si chiama così perché solo perché sta in periferia?
«No, si chiama così perché vuole prendere questa parola così abusata, stigmatizzante, carica di negatività e guardarla con meno pregiudizi possibili. Studiandola, analizzandola, con l’aiuto di esperti delle più diverse discipline (urbanisti, architetti, antropologi, sociologi, esperti di comunicazione, giornalisti, ma anche registi, rapper, trapper, videoartisti… muralisti), e provenienti dalle più diverse parti del mondo, che anche se è sempre più omologato non è tutto uguale (per questo periferie è al plurale). Studiare le “periferie” per capirne meglio i problemi, ma anche per scoprirne la ricchezza, perché è indubbio che in questi territori (che molti erroneamente chiamano non-luoghi) spesso nascono e si sviluppano le risposte più interessanti. Perché sono luoghi difficili? Dove o ti reinventi o muori? Forse, o forse questi sono già pregiudizi. Quindi, quello che vuole essere anche una provocazione (un museo non solo in periferia, ma che “colleziona” periferie?), un ossimoro (unire il fiore all’occhiello delle città globali in competizione, il museo, che per definizione valorizza le cose belle al “grigio” e alla marginalità che nessuno vuole vedere), ecco che si risolve nella ricerca di esperimenti preziosi e pratiche di cui fare tesoro. E devo dirlo, spesso si tratta di eccezionalità che mettono in gioco le risorse dell’arte».

A chi e a cosa serve? Scuole, strade, case, lavoro. In periferia la lista delle risposte disattese alle necessità primarie è molto lunga. Perché proprio in periferia è importante la realizzazione di un museo?
«Spesso al MAAM mi è stato detto: “ma non era meglio occuparsi prima delle fogne?”. Forse sì, ma io non sono un ingegnere. E comunque pensare che l’arte e la cultura non siano una priorità vuol dire avere una concezione dell’uomo tutta materiale, economicistica, e funzionale che lo riduce a una caricatura. Oltre a ricordare che i budget sono ripartiti per voci differenti, e che quindi non toglie denari a strade e scuole, penso che un museo possa contribuire anche a tappare le buche… Quando sono stato invitato dall’architetto Baglivo a partecipare al bando di riqualificazione di Corviale, abbiamo proposto (guarda caso!) un museo, il Corviale Capitolino; magari non a tutti gli abitanti interessava avere sul tetto le vestigia del passato, visto che una rovina contemporanea la abitavano già, ma credo che la presenza del “Galata morente” (la sparo un po’ grossa) a Corviale sarebbe stata sufficiente a deviare i flussi del turismo e quindi, di conseguenza, a avere strade praticabili, linee di autobus e nuove infrastrutture. Lo chiamo giocare di sponda».

Grigia. La periferia romana spazia da agglomerati urbani cresciuti senza piani regolatori a interi quartieri senza infrastrutture degne di questo nome. E su tutti, un colore dominante: il grigio.
In queste periferie, l’arte – in ogni sua forma – può davvero vivere chiusa dentro un museo? E quanto un museo in periferia, deve invece diventare strada? E non intendo solo “colorare i muri” ma proprio usare la strada come luogo e spazio d’arte.
«
Il rischio di rimanere chiusi tra quattro mura, al momento, non lo corriamo, visto che come saprai il museo non c’è e, se tutto va bene, ci vorranno almeno due anni per costruirlo (sarà realizzato da privati come opera a scomputo).
Il museo è pensato come un centro studi (e questo forse si troverà comodo nel museo, quando lo avremo) ma anche come un centro di arte contemporanea. L’arte, a differenza dello studio, è libera di cancellare la lavagna, di “ridisegnare” il mondo, per questo credo svolga un ruolo fondamentale. Non possiamo accontentarci di capire come le cose stanno, dobbiamo pensare di poterle trasformare, di migliorarle, anche con voli all’apparenza pindarici (magari passando per la Luna). Guarderemo all’arte da una parte “collezionando” le esperienze che a scala globale ci siano sembrate più originali, inaspettate (per me, concedimelo, è esemplare il MAAM), dall’altra favorendo relazioni, partecipazione, attivazione. Ci saranno anche i muri dipinti».

Internazionale. La periferia romana è internazionale. Si mescolano lingue, conoscenze, vissuti e abitudini diverse. Quanto di questo patrimonio culturale e sociale entra a far parte del tuo progetto museale?
«Roma è una città plurale. E a me piace il bar di Guerre Stellari, la barriera corallina, col suo brulicare di forme di vita, la foresta. Ricordo però che il Museo delle periferie è internazionale anche perché guarda alle periferie del mondo, non è un museo dedicato alla periferia romane. Anche se ovviamente quello che la nostra città produce sarà valorizzato e spero anche messo in rete, che è quello che abbiamo iniziato a fare con gli incontri di automappatura».


Un dubbio. Ma se esiste un museo delle periferie vuol dire che può esistere anche un museo del centro?

«Il centro, ahimé, temo sia stato già trasformato in museo. Ma non nel museo come lo intendo io, un luogo vivo e abitato».

Siamo periferia. Io considero periferia una definizione non solo geografica ma anche sociale e individuale. Io stessa mi sono sentita a volte periferia. Nel mio lavoro di autrice e attrice ad esempio. O come donna. La condizione femminile può essere talora interpretata come “periferia sociale”: esclusione, pregiudizi, limitazioni ecc. Lo stesso per gli omosessuali, gli stranieri, i disabili. Nel museo ci sarà spazio per queste tematiche?
«Naturalmente, la prima rif-lezione – quella di Remo Rapino – è stata interamente dedicata a quella che potremmo chiamare una periferia “esistenziale”».

Tu che città sei? A Roma c’è chi vive in periferia e non sogna altro che andarsene, chi vive al centro e non “si avventura” in luoghi lontani e strani addirittura vicino al raccordo anulare, c’è chi vive in periferia e considera quello il centro della sua città. Ognuno vive e sente la città a modo suo. Prima di salutarci, una curiosità: tu che città sei?
«La città è la più straordinaria produzione eso-somatica dell’uomo. Come la intendo io, è qualcosa che sempre sfugge alla tua presa e che per definizione non puoi conoscere. Se non è così vivi in un paese. È l’imprevisto, l’incontro con l’altro, che della città è affascinante e mi attrae, il suo essere casa e allo stesso tempo un luogo da attraversare con circospezione. Della città mi piace che non potrò mai considerarla veramente familiare, e che c’è sempre la sorpresa che ti aspetta dietro un angolo. La città, come il viaggio, promette la meraviglia».

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Ho conosciuto Giorgio de Finis la prima volta al MAAM. Durante la performance di un’artista. Rimasi molto colpita dall’attenzione con la quale seguiva l’esecuzione e poi l’applauso finale. In genere i direttori di museo sono “inaccessibili”. Come i critici d’arte: non fanno trapelare alcun giudizio. A Roma si dice: non danno soddisfazione. Giorgio de Finis invece noto che parla, chiacchiera e addirittura ride! Un direttore di museo allegro?!?! Mah. Mi allontano molto incuriosita.
Passa qualche anno. Ritrovo Giorgio de Finis al Macro Asilo. Questa volta abbiamo occasione di parlare. Confermo: per essere un direttore di museo è davvero particolare. Non mi conosce ma mi parla e mi ascolta. Strano. Molto strano.
Il Macro Asilo diventa con la sua direzione un luogo aperto, da attraversare, vivere, condividere.
Poi Marco espone i suoi lavori al Macro Asilo, il rapporto e la conoscenza con Giorgio de Finis si affina. E adesso un direttore di museo non riesco a immaginarlo che così.
Ho letto molte definizioni per Giorgio de Finis. Fra tutte, la più bella per me, è stata quella di una lavorante del Macro Asilo. “È una persona gentile. Pensa che saluta tutti, ma proprio tutti, quando arriva e quando se ne va. È la prima volta, da che lavoro qui, che un direttore del museo mi saluta.”
Grazie al direttore del Museo delle Periferie per averci concesso quest’intervista.

Serena Damiani

Se vuoi seguire le attività del museo delle periferie, questo è il sito https://www.museodelleperiferie.it/

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