Ancora sul centenario del PCI

Ancora sul centenario del PCI

Nella sconcertante intervista di Achille Occhetto all’ESPRESSO del 22m dicembre u.s. in occasione del centenario della nascita del PARTITO COMUNISTA ITALIANO, tra le tante colpevolezze di cui accusa il suo ex partito si è dimenticato di ricordare forse la più grande: quella di averlo avuto, anche se per un breve periodo, come Segretario generale capace di promuovere, dall’altro della sua responsabilità, l’autoscioglimento del suo partito alla cui guida era stato appena chiamato.
D’altro canto ricordare da parte sua come si arrivò a maturare questo avvicendamento con Alessandro Natta ancora nel letto d’ospedale, deve essere stata una memoria talmente dolorosa da consigliare di non ricordare questa tormentata fase preferendo invece concentrare comprensibilmente l’intervista sulle ragioni che portarono alla scissione di Livorno del 1921 dove, a suo avviso LE MODALITA’ CON CUI DARE VITA AD UNA RIVOLUZIONE MONDIALE SULLA SCIA DI QUELLA DELL’OTTOBRE IN RUSSIA NONCHE’ I DIKTAT DI LENIN e non già con esse, LE DIFFERENZE DI ANALISI SUL FASCISMO E SULLA NECESSITA’ IMMEDIATA DI FERMARNE L’ASCESA, furono le ragioni di fondo che portarono alla dolorosa quando ineludibile rottura con la nascita del Partito Comunista d’Italia.
Così come sulle presunte frasi, definite dall’intervistato “agghiaccianti”, attribuite a Togliatti in occasione dei fatti d’Ungheria del 1956, dando prova anche in questo caso di non ritenere necessario ricordare le rischiose condizioni internazionali nelle quali si consumava quella vicenda e le conseguenze che sarebbero derivate dalla rottura dell’accordo di Yalta.
Dimenticando al contempo di ricordare il memoriale di Yalta scritto da Togliatti nei giorni precedenti la sua morte. Ed ancora, rispetto al 1968 di Praga, l’immediata condanna dell’intervento armato dell’URSS dell’allora Segretario Luigi Longo.
Ma come del resto, a seguire negli anni, lo stesso storico posizionamento di Enrico Berlinguer pronunciò arrivando ad affermare L’ESAURIMENTO DELLA SPINTA PROPULSIAVA DELLA RIVOLUZIONE DEL 1917.
Al contrario decidendo invece di sottolineare la mancata rottura di Berlinguer con il movimento comunista internazionale; la diversità dei comunisti italiani ma non di certo “L’INNOCENZA” rispetto al Leninismo ed allo Stalinismo di fatto collocati sullo stesso piano politico e comportamentale; nonché la presunta DEBOLEZZA CULTURALE di fondo del partito derivante dalla sua scelta di campo compiuta sin dalle origini.
Sorgono a questo punto alcune domande:
1. Se queste convinzioni maturate nel tempo dall’intervistato, perché ambire a guidare quel partito così dominato da errori, contraddizioni, colpevolezze perduranti negli anni?
2. A nome di chi si permette di parlare quando afferma di aver salvato l’onore dei comunisti italiani?
Chi gli ha chiesto di salvare l’onore di coloro i quali sono stati perseguitati, torturati ed uccisi per difenderne l’appartenenza?

3. A 31 anni dalla Bolognina imporsi un bilancio rispetto alla scelta compiuta, porsi almeno la domanda se il Paese, e con esso le classi sociali che per 70 anni il PCI ha rappresentato, ne abbiano tratto un avanzamento od un arretramento, è un dovere politico e morale o una discrezionalità da parte di chi ha provocato e sostenuto questa autodissoluzione?

In altre parole: il passaggio dal Comunismo al governismo, il modello Tony Blair assunto a riferimento per una presunta sinistra moderna finalmente liberata da ideologismi ed arricchita dalla rinuncia ad una analisi critica del Capitalismo e dall’esaltazione del Mercato e delle sue leggi, la cancellazione di una consolidata identità senza averne definite di nuove, la negazione dell’ideologia nell’era della globalizzazione e dei trionfi del Liberismo, il modello politico americano preso a riferimento per l’Italia, la girandola di leggi elettorali prodotte per rimanere a svolgere funzioni Amministrative e di Governo pur perdendo voti e credibilità, ebbene dove ci ha condotti quella cosiddetta svolta?
Come è ridotta oggi la sinistra in Italia?
In quali condizioni versa oggi il lavoro?
E’ pensabile affrontare le nuove sfide che attendono oggi il nostro Paese rimanendo disarmati sul piano politico ed organizzativo?
Ed ancora sulle responsabilità individuali:
Pur non volendo generalizzare si può affermare che gran parte di una generazione post ’68 dichiarando finita una storia di cui è stata compartecipe, immediatamente si è proposta per guidarne un’altra. Non partecipare ad un’altra, ma di nuovo guidare un’altra.
Ma è proprio normale comportarsi così?
Siamo in presenza di una seria mancanza del senso del limite?
Arroganza del potere?
Incapacità di misurarsi con le proprie responsabilità?
Rifiuto dei ruoli di direzione e dei ruoli istituzionali?
Non è dato sapere.

Avere altresì deciso di porre fine alla storia del PCI in coincidenza con la caduta del muro di Berlino non è forse stata una scelta capace di cancellare un intero percorso storico che va almeno alla Svolta di Salerno di Palmiro Togliatti del 1944 all’elaborazione più alta di Enrico Berlinguer culminata nei due passaggi fondamentali, quello del 1977 sulla “DEMOCRAZIA VALORE STORICO UNIVERSALE SUL QUALE FONDARE UNA SOCIETA’ SOCIALISTA”, e quello del 1981 sull’ESAURIMENTO DELLA SPINTA PROPULSIVA DELLA RIVOLUZIONE DI OTTOBRE”?

Ed ancora.
Avere collocato sullo stesso piano una dolorosa sconfitta storica con una faticosa evoluzione teorica e pratica che aveva preceduto la caduta del muro di molti anni e portato il PCI a diventare il più grande partito del lavoro in Italia e in tutto l’occidente, è stata davvero, come 30 anni fa fu definita “UNA SCELTA GIOIOSA E FECONDA”? Ma davvero il PCI è stato un “BAMBOLOTTO DI PEZZA” di cui si poteva gioiosamente fare a meno? Od invece si trattò, come una parte di noi ancora pensa, della ricerca disperata, in presenza di una crisi morale e di sistema, di una legittimazione esterna al corpo elettorale e finalizzata a fare della funzione di governo l’unica vera ragione dell’autoscioglimento, l’unica funzione storica assegnare alla nuova forza che sarebbe nata nel 1991? In altre parole una forza stabilizzatrice in grado di assicurare piena continuità al modello sociale ed economico operante?
Ancora una volta a queste domande probabilmente non seguirà alcuna risposta significativa se non un assillante quanto inconsistente richiamo ad un riformismo divenuto ormai privo si senso proprio perché privato della possibilità di cambiare i rapporti di forza nella società italiana.
Ma per molti di noi che non hanno vissuto questa gloriosa Storia, che hanno approfondito il pensiero di Antonio Gramsci e con la guida di Palmiro Togliatti sostenuto l’affermazione della VIA ITALIANA AL SOCIALISMO.

E per finire la sua reiterata rivendicazione fondamentale: avere salvato con la scelta di porre fine al PCI, L’ONORE DEI COMUNISTI ITALIANI.
Riassumendo schematicamente la sostanza dell’intervista, proviamo a vedere se abbiamo ben capito il tutto:
• Sbagliata la scissione di Livorno in quanto dettata unicamente dalla rinuncia della frazione comunista a rivendicare l’autonomia nazionale da Mosca e non già dalla improcrastinabile necessità di fermare la dirompente ascesa del Fascismo rispetto alla quale i riformisti di Turati consideravano sufficiente opporre l’autorevolezza della monarchia dei Savoia e con essa la maturità Democratica del giovane stato liberale italiano uscito vincitore dal grande conflitto mondiale.
In sostanza, secondo questa interpretazione, il Congresso di Livorno fu un silenzioso cedimento di Gramsci e del gruppo Torinese dell’Ordine nuovo O al dogmatismo bordighiano e non già una consapevole quanto sofferta e condivisa rottura provocata dall’immobilismo del giovane e purtroppo già allora diviso partito Socialista RISPETTO ALLA NECESSITA’ DI ESTENDERE IN EUROPA IL PROCESSO RIVOLUZIONARIO AVVIATO IN RUSSIA QUALE CONDIZIONE PER FERMARE IL NAZISMO ED IN ITALIA IL FASCISMO DIVENUTO SEMPRE PIU’ MINACCIOSO E VIOLENTO ED IN GRADO DI SOVVERTIRE LE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE.
Rottura tra l’altro non premeditata e che si sarebbe potuta evitare se il Congresso di Livorno avesse fatta propria la posizione espressa dalla Terza Internazionale e dalla frazione comunista di espellere i riformisti di Turati considerati i principali responsabili dell’incapacità del partito Socialista di comprendere ed interpretare l’immane tragedia sociale che l’Italia attraversava dopo la fine della prima guerra mondiale e dare ad essa una prospettiva in grado di fermare il crescente “sovversivismo delle classi dirigenti”.

• I comunisti italiani sono stati diversi ma non “innocenti” rispetto a Lenin ed ai crimini di Stalin
• Deboli culturalmente e per questo incapaci di una rottura definitiva con il movimento comunista internazionale
• Salvati nell’onore dalla cancellazione del PCI

Che hanno vissuto i profondi cambiamenti introdotti da Enrico Berlinguer senza mai abiurare alla nostra identità, alle nostre ragioni ideali di sempre, alla nostra autonomia politica ed organizzativa, ebbene non prenderà mai il sopravvento la rassegnazione, la responsabilità di lasciare alle nuove generazioni l’eredità di una Storia consegnata alle interpretazioni e non ai fatti.

Ed è soprattutto guardando ai giovani che oggi, a cento anni dalla nascita del Partito Comunista Italiano, dobbiamo rinnovare il nostro impegno, per ricostruire e riorganizzare la sinistra italiana.

Anche perché come Antonio Gramsci ci insegnava, quando tutto sempre dirci che è finita vuol dire che è arrivato il momento di ricominciare.

In risposta all’intervista ad Achille Occhetto comparsa sul Settimanale l’Espresso riceviamo il contributo di Aldo D’Avach, ex segretario Roma Lazio Cgil, Associazione Enrico Berlinguer.

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