I racconti di Cesare Pasqua, ovvero la lunga coda del Decadentismo italiano

I racconti di Cesare Pasqua, ovvero la lunga coda del Decadentismo italiano

Se siete una di quelle persone che misura l’amore per il partner dall’intensità dell’orgasmo provato durante l’amplesso allora regalate i libri di Cesare Pasqua che avete sul comodino, o non li comprate proprio; oppure comprateli ma non leggeteli, insomma donateli a chi sappia apprezzarli, buttateli via, bruciateli fatene quello che volete ma non li leggete, non fanno per voi. Sì perché la prima caratteristica di questi romanzi è la negazione della catarsi. Il finale è aperto e il racconto, inconcluso o incocludente, non vi darà la soddisfazione che cercate ma vi lascerà molti spunti di riflessione, molte cose che, parafrasando una vecchia canzone assai nota, probabilmente conoscete con il nome di emozioni. Emozioni non sempre positive, tutt’altro. “Il mio film l’ha disgustata signora, me ne compiaccio era quello che volevo” le parole di Luis Bunuel esprimono forse meglio di qualsiasi pagina critica la sensazione provata dopo la lettura di un qualuque romanzo che Cesare Pasqua, matematico appassionato di filosofia e letteratura, abbia pubblicato in vent’anni (da “Un caso maledettamente semplice” 2001 al recentissimo “Cinque postulati” 2021). I personaggi sono impotenti e spesso le loro azioni risultano incocludenti. Nonostante questo provano eroicamente e stoicamente a opporsi al normale, malinconico e infelice protrarsi degli eventi. Non troverete mai un protagonista che all’ultima pagina del racconto risulti completamente vincitore, né completamente vinto; al contrario dei classici nei romanzi di genere thriller, o mystery, non troverete nemmeno il colpevole, talvolta il crimine non è neanche compiuto ma solo immaginato, ideato, creato senza riuscire a portarlo a termine o addirittura a metterlo in pratica. L’animo dei protagonisti vaga e ondeggia tra l’inettitudine e il dandismo due personalità che, come ci insegna la grande corrente decadentista italiana di fine Ottocento, non sono altro che due facce della stessa medaglia, due personalità inadatte a vivere nella loro realtà. Personaggi figli di un tempo passato o anticipatori di un futuro in divenire, intrappolati in un periodo ostile per le loro personalità, in un tempo presente in cui non riescono a trovare una posizione lavorativa, familiare, sociale che li soddisfi e che li lasci compiaciuti per quello che hanno costruito, per ciò che hanno creato. Per non parlare poi delle figure femminili, immagini reali, irreali, sognate o immaginate, figure amorose e al contempo spietate, sempre bellissime al di là dell’aspetto fisico e dell’età, siano esse giovani e prosperose femme fatale, ex-prostitute, pie donne o attempate sessantotine di mezz’età, si fondono sempre in un unico universo muliebre fatto di fascino e seduzione, lussuria e castità. A questi personaggi, maschili o femminili, la società gli è avversa. In questo ambiente, che sia quello degli anni ’60, del boom economico, dell’Italia del dopoguerra, del primo ventennio degli anni Duemila o di un parallelo universo distopico in cui è lo Stato della Chiesa ad averla avuta vinta nel XVIII secolo, il risultato è sempre lo stesso: i personaggi di Pasqua non riescono a trovare il loro posto nello spazio e nel tempo che stanno vivendo.

Spazio e Tempo, variabili fisiche, teoremi matematici sono il leit motiv presente in ogni pubblicazione. Lo Spazio naturalmente non è quello indissolubilmente legato alla geometria euclidea, anzi si discosta spesso da questa andando a creare mondi illusori, surreali che trasportano i personaggi in situazioni ai confini della realtà fisica, ai limiti della follia. Lo straniamento provato dai protagonisti viene poi profuso, elargito, distribuito al lettore che resta invischiato in ragionamenti apparentemente esoterici, dimostrazioni e argomentazioni che valicano ogni legge, ogni diritto, ogni regola, spingendosi sempre oltre al di là di ciò che è reale e razionale, varcando la morale comune e giungendo al di là del bene e del male.

Per quanto riguarda lo spazio geografico invece, la protagonista è sempre, o quasi sempre, una sola: una città che ammalia, che seduce e illude, che repelle e conquista. L’Urbe, la Capitale, la Città Eterna: Roma. Una Roma che alterna splendide visioni di vestigia antiche a spazi inospitali, che contrappone la speranza di una rinascita grazie all’exploit economico del secondo dopoguerra o alle olimpiadi degli anni ’60 a periferie abbandonate degli anni Duemila. Luoghi putridi, sobborghi fatiscenti e derelitti edifici popolari fanno da contraltare ai palazzi borghesi dai colori pastello, entrambi palcoscenico dello stesso spettacolo, teatri di efferrati omicidi. Ambedue i luoghi non sono altro che lo specchio di una civiltà in rovina, cancrena di una società marcescente contro la quale i protagonisti combattono venendone inevitabilmente fagocitati ma restando grandi anche nella sconfitta. Eroi alfieriani dimenticati da un Dio inesistente. Verlaine nella poesia che viene presa come uno dei manifesti del Decadentismo francese, Languore, diceva di essere “L’impero alla fine della decadenza”, nella Roma di Pasqua dell’Impero rimangono solo le macerie e, pur restando sempre presente una sensazione, una voglia di rinascita e di rivincita per quella che un tempo è stata la più grande città del mondo, troviamo delle forze eguali e contrarie che si oppongono a questa resurrezione o meglio a questo nuovo rinascimento. Ogni volta che c’è la speranza che questo accada, puntualmente altre forze lavorano affinché tutto resti come prima. Un limbo che mantiene entrambi gli equilibri, un universo in cui tutte le soluzioni hanno la stessa probabilità di realizzarsi: “Niente cambia, affinché tutto resti uguale”, sono queste le parole prese dal Mappamondo di Behaim che forse meglio di altre riassumono le situazioni descritte nei suddetti racconti.

Ecco che se in una pagina critica metti insieme le parole fisica e matematica, scienza e teoremi, putredine e surrealismo, vengono in mente due nomi: Gadda in primis e Landolfi a seguire. Tuttavia non mi fermerei a questi due ma andrei oltre e mi spingerei fino al Flaubert di Madame Bovary e della seconda versione de L’Educazione sentimentale. Se in Gadda la paratassi la fa da padrone, nonostante le analogie per quanto riguarda genere e temi, la prosa ipotattica di Pasqua è più vicino a quella dello scrittore francese. Dopotutto anche lo stesso Flaubert, pur essendo l’iniziatore del Naturalismo, con i suoi personaggi che si muvono spesso al crinale tra inettitudine e dandismo, anticipa alcune caratteristiche dei protagonisti del Decadentismo. Ed ecco che se questa è la testa di un movimento culturale tanto grande e importante da abbracciate tre secoli, i romanzi di Pasqua ne rappresentano la coda, ma non una coda reale, una coda onirica, surreale landolfiana, bunueliana, una citazione, un omaggio, un’allusione che prende possesso di un corpo, di un’anima, di un animale incarnatosi nelle fattezze di una serpe che si arrotola su se stessa e che reincontra la sua stessa testa con le fauci spalancate pronta a divorarla. Un ouroboros letterario, una bestia che si fagocita da sola, un mostro che si nutre di se stesso (ma non è proprio questa l’essenza ultima della letteratura?).

Il nutrimento è, guarda caso, un altro dei temi ricorrenti in questo ciclo di romanzi. I personaggi, all’inizio della narrazione, vengono presentati sempre in un religioso ritiro presso le proprie dimore, protettori di quell’equilibrio stabile che hanno ottenuto con molta difficoltà, con numerosi sforzi e dopo molti tentativi. Le consorti, quando menzionate, sono assenti, lontane, distanti, alcuni protagonisti sono separati, altri hanno vissuto al massimo delle relazioni fugaci. Al di là della loro età i protagonisti dei libri di Pasqua sono tipi solitari, eremiti, anacoreti che si isolano nei loro appartamenti o nei loro uffici, ricreando un microcosmo perfetto, su cui hanno il più totale controllo. Una torre d’avorio, un olimpo personalizzato, un museo edificato non come monumento a loro stessi ma alla loro sterminata cultura, oppure, quando sono ignoranti ma sempre coscienti della massima socratico-platoniana di sapere di non sapere, l’abitazione diventa un mausoleo della loro potenziale cultura, di ciò che vorrebbero o potrebbero conoscere, di quello che nel corso del romanzo qualche altro personaggio, un aiutante positivo o meglio un maieuta, li aiuterà a tirar fuori. Ebbene quando viene rotto questo equilibrio, quando il protagonista, novello Des Esseintes, è costretto a uscire da questo sepolcro monumentale che si è creato e a vagare in mezzo ai comuni mortali, ecco allora che deve dare spazio al più banale e umano dei comportamenti: mangiare. I pasti frugali si oppongono alle cene nei ristoranti stellati, la nouvelle cuisine reagisce all’abbuffata nella trattoria del centro, il commensale bulimico siede nel tavolo antistante al buongustaio e il tutto è innaffiato da una parata di vini d’annata o rovinato da pozioni di dubbia provenienza più tendenti all’aceto che al dolce nettare degli dei vanto delle coltivazioni nostrane. Altro bisogno primario il sonno, spesso rovinato, disturbato da incubi che lasciano spazio a visioni oniriche degne del miglior Landolfi in cui emergono totem e tabù della società moderna: due fra tutti il sesso e la morte, eros e thanatos. Il sesso che non arriva mai all’attuazione fisica, ma che rimane etereo, immaginato, sognato, esasperatamente ricercato, al contrario della morte, quella che con mano si tocca in ogni racconto, anzi è proprio l’omicidio spesso a rompere gli equilibri e a scatenare la narrazione.

Oltre tutto questo c’è da fare infine un distinguo, un primo e un secondo Pasqua, un passaggio che tuttavia non è netto ma graduale e che inizia in maniera dirompente con la prima edizione del romanzo Delitto a quattro dimensioni (2007) per poi proseguire in maniera più blanda con Una settimana d’estate (2009) e concludersi con I paradossi di un bugiardo (2014). In Delitto a quattro dimensioni iniziamo a trovare per la prima volta i nomi dei protagonisti, i personaggi che prima erano caratterizzati semplicemente da un titolo, da un mestiere o da una professione ora hanno nome e cognome. La prosa inizia a semplificarsi e a imbastardirsi con quel costrutto paratattico che arricchisce la narrazione, abbandonado lo “scorrere fangoso” delle prime pubblicazioni. Tuttavia non fatevi ingannare dal tema “giallo”, o “poliziesco” che dir si voglia, i racconti di Cesare Pasqua sono da leggere con attenzione, seduti a tavolino, prendendo appunti e andando a cercare le infinite citazioni che nascondono, dal cinema alla letteratura, dall’arte al fumetto. Un gioco di rimandi che nutrirà il vostro ragionamento e la vostra cultura. Una lettura che sicuramente non è per tutti e che probabilmente gli ha fatto conquistare durante vent’anni di pubblicazioni la tanto scomoda nomea “di nicchia” che in realtà non valorizza per nulla l’enorme lavoro portato avanti e la qualità genuina rappresentata dalle sue idee e dalla sua caratteristica prosa. I libri di Cesare Pasqua non si concludono con l’ultima pagina, il finale è negato così come è negata quella chimera occidentale che ci attanaglia dai tempi della cultura classica e che chiamiamo κάθαρσις, catarsi, purificazione. La fine non è la fine ma un inizio (ecco che ritorna l‘ouroboros), uno spunto di riflessione, un inno allo studio, alla conoscenza, all’arricchimento culturale e soprattutto una celebrazione del ragionamento. Del resto cosa ci si può aspettare da un filosofo-matematico amante della letteratura?

Daniele Barillà

Romanzi di Cesare Pasqua

Un caso maledettamente semplice, – raccolta di racconti – Oppure, 2001

Il terzo escluso, Oppure, 2002

I sette ponti, Robin Edizioni, 2003

Il viaggiatore di seconda classe, Robin Edizioni, 2003

Delitto a quattro dimensioni, Aliberti, 2007

Una settimana d’estate, Robin Edizioni, 2009

Le ragioni del perduto amor, Robin Edizioni, 2010

La verifica della realtà, Robin Edizioni, 2012

Il luogo più vicino alla memoria, Robin Edizioni, 2013

I paradossi di un bugiardo, Robin Edizioni, 2014

Delitto a quattro dimensioni, (ristampa) Robin Edizioni, 2016

I sette ponti, (ristampa) Robin Edizioni, 2016

Rendere feconde le piante selvatiche, Robin Edizioni, 2016

Il mappamondo di Behaim, Robin Edizioni, 2017

Frammenti di terre emerse, Robin Edizioni, 2019

Cinque postulati, Robin Edizioni, 2021

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.