Come eravamo a Borgata Finocchio negli anni ’60

Come eravamo a Borgata Finocchio negli anni ’60

Sono venuto ad abitare a Finocchio nel millenovecentosessanta, avevo dodici anni e debbo confessare che per me, che venivo dal bosco, fu un gran salto di qualità. Per me Finocchio era la città: qui potevo incontrare coetanei con i quali giocare, ricordo le partite di calcio a Piazza Serrule, che era uno slargo di terra battuta, ricordo le partite a nizza e le finestre rotte, ricordo le buchette che facevamo su quella piazza per giocare con le biglie di vetro, (senza mangano ci imponevamo uno con l’altro), ricordo le donne che si riunivano a chiacchierare e a spettegolare sull’uscio delle case, ricordo tutti i rigagnoli di acqua che immancabilmente traversavano gli ingressi delle case e le tavole che servivano per superarli senza bagnarsi le scarpe, erano formati dallo svuotamento delle fontanelle di cemento, il carro botte il giorno dopo le avrebbe riempite insieme alle taniche, alle conche, a tutti i contenitori per il rifornimento di acqua giornaliero. All’epoca Finocchio era una borgata in pieno sviluppo edilizio, si sfruttava la legge Tupini per costruire con lo sconto sull’iva, dando grosse possibilità speculative ai proprietari dei terreni che piuttosto che seminare grano, piantare alberi da frutta o ulivi, preferiva far piantare cemento a chi aveva bisogno di un’abitazione.
Si costruivano le case il sabato e la domenica, per sée i propri figli, indebitandosi fino al collo, ma non le fogne, l’acqua, come ho detto, veniva distribuita con il carro botte, il gas non c’era e si usavano le bombole di GPL, i liquami finivano nei pozzi neri che poi ogni tanto venivano svuotati da alti carri botte, c’era fame, e con essa la delinquenza, la cittadinanza della borgata era costituita da gente che veniva da tutte le regioni d’Italia, attratti dalle prospettive di lavoro che davano i cantieri dei grossi palazzoni, e i borgatari erano manovalanza a basso costo, costruivano case che non avrebbero mai potuto abitare.
Questi disagi sono durati fino agli anni ottanta, fin quando un sindaco etrusco, ha dato ascolto alle innumerevoli manifestazioni e con una serie di piani ha riqualificato questa parte di Roma, si chiamava Petroselli.

 

Giulio Marchetti

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